HyperMaggini
INSIDEART - Guglielmo Maggini racconta The Big Burnout, l’installazione realizzata per Hypermaremma a Orbetello
Un’installazione, una presenza vivente e luminosa dall’aspetto resinoso, realizzata nell’ambito di Hypermaremma, la manifestazione toscana.
Raggiungendo la città di Orbetello, proprio a ridosso delle mura che introducono alla città lacustre, si viene immediatamente colpiti da una perturbazione dello sguardo che ti costringe a voltarti di lato. A distanza si ha l’impressione che una sorta di shining invada il campo visivo per segnalare una presenza difficile da decifrare a colpo d’occhio. Basta fare qualche passo verso la Porta Medina – costruita nel 1697, la più antica delle porte che si aprono lungo la cinta muraria della città – per rendersi conto che qualcosa pulsa, respira e vive al di sotto dell’arco di passaggio: è The Big Burnout di Guglielmo Maggini. Si tratta di un’installazione, una presenza vivente e luminosa dall’aspetto resinoso, realizzata nell’ambito di Hypermaremma, manifestazione culturale che raccoglie iniziative artistico-culturali tese a smuovere la placida compassatezza dei ritmi di vita della bassa Maremma attraverso una serie di cortocircuiti, di shock: opere d’arte, performance, eventi, installazioni. Carlo Pratis, Giorgio Galotti, Matteo D’Aloja gli ideatori di questa diffusa iniziativa territoriale giunta ormai alla quarta edizione.
mb Avendo visto, la prima volta, The Big Burnout in tarda serata, ho deciso di tornare la settimana seguente per cercare un contatto diurno con l’opera. Sono rimasto sinceramente destabilizzato dal riceverne un impatto diametralmente opposto. Quello che qualche notte prima mi era sembrato un organismo alieno quieto, flebile nel suo cadenzato respirare, alla luce del tramonto aveva tutta l’aria di infondere una vitalità differente a chi vi entrava in contatto. L’impressione è stata che The Big Burnout vivesse il ciclo circadiano della città, sopito di notte e reattivo con la luce. Si tratta di un aspetto che hai volutamente cercato in questo lavoro?
gm Per prima cosa ti dico che non è mai facile fare una realizzazione così ben visibile, così colorata, soprattutto perché l’aspetto soggettivo ha un maggior margine di intervento nella valutazione dell’opera; pensa agli studi sui colori: il mio rosa e il tuo rosa non sono lo stesso tono di colore per le nostre retine, e probabilmente nemmeno il tuo rosa di oggi è lo stesso colore che hai visto ieri; questo aspetto influisce sempre molto sui giudizi visivi. Al di là di questo, però, in un certo senso The Big Burnout può essere considerata come due opere differenti, o una divisione in due metà di uno stesso lavoro: di giorno; infatti, si definisce maggiormente attraverso la sua parte scultorea, incarnata dagli elementi cromatici e strutturali, che mostrano anche i meccanismi “vivi” che la sorreggono; mentre la notte viene fuori l’anima volumetrica e plastica del lavoro, rivelandola come un’installazione, quasi fosse un ambiente luminoso.
Non bisogna dimenticare che la prima ad avere un’anima bifronte è proprio la Porta Medina perché, se teniamo presente anche la storia di questo luogo, da un lato questa ben si lega al tema dell’accoglienza del viandante, mentre dall’altro lato persiste la connotazione più chiusa del concetto di “soglia” ovvero quella di “limite” capace di respingere lo straniero.
© Hypermaremma (photo by Daniele Molajoli)
mb Legandomi a questa dicotomia di cui parli, mi viene in mente che molto spesso i tuoi lavori mettono in scena l’immediato contrasto fra forma e materia, lì dove i materiali industriali – spesso perfino tossici – come resine, gomme, schiume, pigmenti fluorescenti, additivi chimici, fanno da supporto alla creazione di un universo di forme e immagini molto distante, giocato sui tuoi riferimenti mediatici, cinematografici, bibliografici e personali. Da dove viene allora questa mole aliena pulsante che è The Big Burnout?
gm Questa è una domanda difficile perché è come chiedermi di scorporare l’inconscio per trattenere solo le parti salienti di un pensiero. Come potrei non tenere conto di ciò che vedo intorno a me, di ciò che ascolto o percepisco? Come potrei non tenere conto della mia formazione da architetto con tutte le sue forme, i suoi canoni, i suoi modelli che inevitabilmente influenzano il mio sguardo sul mondo?
Per dirtela con una battuta ti direi che l’opera viene fuori da una serie di riferimenti i cui estremi sono sicuramente Lynda Benglis e un Demogorgone! Poi nel mezzo ci sono io, con il mio immaginario da “figlio” degli anni Novanta, anni pieni di Science Fiction e di piccoli miti un po’ nerd come i personaggi di Poison Ivy e dei Ghostbusters. Dalla parte opposta dell’argine c’è il ricollocamento di alcune simbologie classiche sotto una nuova veste, che è un meccanismo tipico del contemporaneo; penso ai temi un po’ arcaici che riprende The Big Burnout: la lanterna, il fiore – con le sue geometrie e con i suoi colori –, il festone e, dunque, l’ornamento.
In questo universo di stimoli poi io sento fortemente il richiamo dei materiali, con i quali ho un rapporto viscerale che cerca di conferire sensualità e parte materica al mio lavoro. Il fatto che tutta questa serie di stimoli formali convergano verso un’estetica, invece, informale, mi fa sentire un po’ un «informale formalista». Questa è una definizione che mi piace per il mio lavoro perché spiega come possano convivere un’estetica così libera dalle forme con la mia attenzione maniacale alle regole che i materiali ti impongono: i tempi di lavorazione, di solidificazione, di catalizzazione, di passaggio dallo stato liquido a quello solido. Venendo dalla ceramica ho sempre ben presenti i tempi di fossilizzazione dell’argilla, che ti permettono di attenere risultati attraverso la cottura...
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