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ULTRANATURÆ

Nicholas Sagoni - ULTRANATURÆ - Installation in Roma Diffusa - Chiostro di San Salvatore in Lauro - Sep 28/29 - Curated for Operativa Arte Contemporanea


STILLEVEN
Le Ultranaturæ di Nicholas Sagoni

 

«Per me non vi è nulla di astratto, però ritengo che non vi sia nulla di più surreale e nulla di più astratto del reale».

(Intervista a Giorgio Morandi per “The Voice of America”, incisa il 25 aprile 1957) 

Osserviamo tutti insieme una scultura, in qualsiasi luogo del mondo, di una qualsiasi epoca storica, realizzata in un qualsiasi stile classico, barocco o astratto che sia: i nostri occhi palleggeranno costantemente da un punto all’altro della sagoma alla ricerca di una posa che non troveranno mai. L’oggetto, lontano dalla mimetica delle due dimensioni, richiede questo sforzo che dall’occhio si sposterà al corpo e ci costringerà a muoverci, a girare intorno alla figura. Nell’apprezzare ogni dettaglio noteremo delle incoerenze, qualcosa che stona con quanto abbiamo finora esperito. Questi dettagli fallaci potrebbero non appartenere alla nostra visione, potrebbero essere frutto della nostra mente, potremmo scoprire di trovarci in un luogo che non è reale, quello del sogno. Grazie a quei piccoli errori ora sappiamo che qualsiasi cosa ci si para davanti non ha più regole, non risponde ai canoni della nostra esperienza: vale tutto.

Tanto è reale ciò che ora sappiamo essere irreale che, anche per la neurologia, il luogo nel quale ci troviamo ha un nome: lo Stadio del Sonno Paradosso, momento nel quale, nonostante ci si trovi in una fase di sonno profondo, l’attività cerebrale si risveglia con un’alternanza di onde Theta, Alpha e Beta, facendo muovere molto rapidamente i nostri occhi; il nostro corpo ricomincia a funzionare esattamente come se fossimo svegli. Quello stesso movimento che compivamo sulla scultura nella nostra immaginazione è arrivato fin nel mondo reale. Sogniamo.

Vegetazioni indistintamente marine e terrestri sorgono da un brago dai toni blu, coperte dalla densa acqua intrisa di terra che sembra ostacolarne la crescita. Albicocche, uve, melagrane sparpagliate sul morbido suolo di foreste di funghi e piante acquatiche ingannano la vista portandoci ora in un lago ora in un campo facendo appena qualche passo. Bucrani interrati affiorano come colonne tortili inerpicando le corna verso il cielo nel tentativo di testimoniare una vita che prova, disperatamente, a prendere forma. Tutto risponde alla logica di un’emersione strenuamente cercata.

Un cavallo al galoppo si leva dalle onde cercando di liberarsi dalle briglie dell’acqua mentre si lascia alle spalle la risacca. Allo stesso modo, un cigno emerge sghembo nel tentativo di spiegare le ali ancora intrise. Tutto sembra sospeso nell’attimo in cui questa natura, florida e matura allo stesso tempo, si riappropria della vita. Il tempo si dilata, come in una slow motion in cui il tempo che scorre fra un momento e l’altro è segnato dall’eternità. Questa sospensione trasognata dura così a lungo da farci immedesimare ora con un cigno, ora con un cavallo, ora con le onde fino a renderci tutt’uno con l’opera.

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© Operativa Arte Contemporanea e l'artista (photo by Giorgio Benni)

Osservando ancora questa natura morta di dimensione onirica continuano ad affiorare ovunque dettagli di vita, appositamente malcelati per tramandarci un grande racconto fatto di tante piccole storie. Fra queste emerge quella della melagrana, che sin dall’inizio ha provato a narrarci quel che vedevamo. Questa, infatti, simbolo di abbondanza e metafora della resurrezione, giace a terra ancora chiusa, in attesa che si compia la vita. Questo dettaglio riporta alla mente la splendida Natura Morta con testa di caprone di Giovan Battista Recco, nel quale l’allegoria della vita interpretata dalle uova e dagli uccelli sul tavolo giunge all’epilogo nella testa animale, rappresentazione della morte. Al centro della scena un piatto immortala in blu l’agile salto della lepre, a sconfessare la fermezza degli oggetti.

Quel blu, come una spia, ci riporta alla nostra visione, segnalandoci che quanto stiamo vedendo non è reale.

Ogni figura che abbiamo apprezzato ci ha ingannato, notiamo finalmente l’epidermide ceramica della scena. La durezza materica si scioglie nella malleabilità delle forme realizzate con sapiente manualità dalle mani di un demiurgo. I colori creano continui riflessi che portano alla luce l’eleganza espressionista delle forme. Una gamma di blu, celesti, azzurri si alternano al bianco e al bruno della materia simulando corsi d’acqua, rigagnoli, pozze e onde che compongono paesaggi a loro stanti sulla pelle degli oggetti. Questa commistione di colore si riconnette immediatamente all’intera storia del genere dalle ciotole in bianco e blu della dinastia Ming alla Grottesca con fenicottero di Bertozzi & Casoni.

Qui e lì viene fuori la ceramica lasciata a crudo, potenziando l’effetto tecnico della realizzazione. Queste sezioni, appositamente tenute grezze per liberare la materia, richiamano una solidificazione subitanea che porta alla mente le forme ibride realizzate a decalcomania da Max Ernst nel capolavoro L'Europe après la pluie II. Questa durezza lotta con la fluidità cromatica rendendo una dinamicità frenetica e sinuosa, che si propaga di figura in figura.

Solo in ultimo ci accorgiamo di essere di fronte a dieci diverse scene, dieci isole che formano un arcipelago di vitalità che ci fa perdere di vista se si tratti un sogno, di un incubo o di una visione reale. Lo spettacolo che osserviamo è una natura con tanto desiderio di vita da esser ingiustamente chiamata “morta”. Una visione tanto reale da riportare all’originale definizione etimologica di “natura morta”, quella di “esistenza immobile”, stilleven.

 

Photos by Giorgio Benni

 
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