Certo è l'Incerto
ArtVerona 2023 (Oct 13-15) - Group Fair Booth - Galleria d'Arte Niccoli - Certo è l'Incerto (Arcangelo Sassolino, Artan (Shalsi), CCH, Claudio Costa, Felice Levini, Giuseppe Gallo, Nicus Lucà, Salvatore Scarpitta, Sergio Ragalzi)
«Per quanto l'uso del termine "crisi" sia diventato frequente e diffuso nel nostro tempo, lo stato mentale che rappresenta era ed è ancora più frequente. La consapevolezza che le cose "vadano male", diversamente da come ci si sarebbe aspettati, e lo sconcerto che ne deriva rispetto a ciò che si dovrebbe fare, sono aspetti frequenti, comuni, e forse universali dell'esperienza esistenziale umana».
(Zygmunt Bauman, La società dell’incertezza, 1999)
Amore, affetti, paure. Un perimetro invalicabile, quello che racchiude la moderna «società dell’incertezza» narrata filosofo e sociologo polacco Zygmunt Bauman oltre vent’anni fa. Dai fenomeni-mondo al nostro privato regna sovrana l’angoscia: catastrofi naturali e conflitti stimolano dall’esterno un’ansia che si riverbera dentro di noi toccando i nervi già scoperti del nostro passato fatto di fissazioni, di monomanie - The Nation Nightmare di Nicus Lucà –, di “scimmie”, come quelle dipinte da Sergio Ragalzi.
L’uomo, paralizzato sull’orlo della rottura come nel Tempo piegato in nero di Arcangelo Sassolino, si muove verso un’alienazione individuale che lo rende estraneo perfino a se stesso. Sulla soglia di quella paralisi vive l’ultimo baluardo dell’agire umano, frammentato nella vasta gamma di azioni possibili: consapevolezza, nevrosi, paura, accettazione.

© Galleria d'Arte Niccoli
In quel preciso e lunghissimo istante che è la vita si muovono i lavori esposti, a partire dall’incessante monito dettato dal lavoro di Artan.
L’intuizione precoce di Salvatore Scarpitta per questa condizione precaria e ulcerosa, testimoniata dalle sue Bende, funge da monito a un sistema globale imperniato sulla paura del pericolo imminente: un Landscape/Unstable come quello di CCH. Le possibilità tecnologiche ed economiche che sorgono nello sviluppo della storia dell’uomo, ben narrata da Claudio Costa in Il tempo passa senza far rumore, non ne migliorano la condizione di vita, costringendolo a rincorrere nuovi traguardi effimeri in una condizione di irrisoluzione che ricorda il mito di Sisifo.
Lo stesso mito è preso in esame da Albert Camus nell’omonimo testo del 1942, nel quale l’Uomo, che egli definisce assurdo, vive solamente in attesa della morte, come ci ricorda Morire giovane di Felice Levini. Questo scoramento, inutile alternativa a una vita angosciante all’interno di una società scellerata, sembra impossibile da sconfiggere; non basterebbe, dice Camus, neppure il suicidio. Sarebbe forse solo il caso di Non piangere più, amore mio.